UN FUNERALE DI CRISTO

“La Processione du Signure Mùertu”

Quello che mi accingo a scrivere , ora, è una storia.

E’ un evento che accade in un posto d’irte e strette viuzze, di veri e propri labirinti di volte e vicoli, addosso ad una rupe segnata da due corsi d’acqua, li dove sorge Mesoreacium, un paese calabrese.

E’ qui che, una volta all’anno, per più di 400 anni, si rivela la tradizione sotto forma di rappresentazione, di un rito religioso: una processione.

È quasi Pasqua, la principale festività del cristianesimo. Ma non è ancora domenica. Siamo al venerdì, Santo.

Si percepisce nell’ aria che è un giorno diverso dagli altri, l’atmosfera cambia, diventa cupa e profonda ma solidale e comunitaria.Il luogo si trasforma e con esso i suoi abitanti. C’è pietas popolare e folclore.Quella calabra è una religione espressa con gesti, parole, preghiere, canti e sguardi. Una religione che, in questo avvenimento, si lega al rito che si coniuga al teatro, luogo dove la verità del mito si rende visibile e comprensibile attraverso la corporeità di un celebrante, quella di Cristo.

Cambia anche il paesaggio sonoro, quel giorno, a Mesoraca.

Le campane sono mute, in lutto.

Ta.ta.ta.ta. Si sente un suono martellante, battente e quasi ossessionante. È il suono delle “tocche tocche” , scatole con manovella , che rumorosamente avvertono la popolazione che un mistero sta per manifestarsi. Suonano insieme e fanno più rumore possibile : rùmmano. Le tocche tocche annunziano e precedono l’uscita dalla chiese delle varie figure. Segnalano l’inizio di una situazione di drammatizzazione organizzata. Un percorso arricchito da sequenze di immagini simboliche. La processione è un rito di immagini, portate in scena, che si muovono attraverso il corpo-attore di Cristo e altri figuranti.

I primi corpi celebranti hanno solo gli occhi scoperti. Tuniche blu. Sono dodici bambini incappucciati con delle croci sulle spalle.

Non c’è solo immagine nella processione ma anche suono: si sente già da lontano un lamento forte e sofferente, uno sfogo penoso che sta per esplodere. Improvvisamente tutto nero. Sette persone vestite di nero, con cravatta e guanti neri, cantano intorno ad un drappo nero: è lo “Stendardo”, un gruppo di persone, uomini e donne, all’interno del quale uno porta “u palu”, un’asta di legno con il panno, gli altri tengono i cosiddetti cinguli , i cordoni che scendono dal palo e sono attaccati in cima, dove è possibile vedere una sfera dorata.

Cantare aru Stinnardu prevede un livello superiore di vocalità.

I canti sono il vero paesaggio sonoro della processione. Le voci strazianti del canto dello Stendardo sono il leitmotiv della processione.Sono canti per sfogare-curare la sofferenza. Canti come atti terapeutici.

Poi appare.

Il Cristo e il pesante legno della croce che porta sopra le spalle. Rosso vestito, piedi scalzi, volto scoperto, corona di spine. Ma non è da solo: a vederle dall’alto sembrano macchie nere d’inchiostro che scivolano lentamente: sono le “commari” (donne imparentate) che stanno vicine a “quel Gesù personificato” e con le lanterne rischiarano le vie del paese, cantando e pregando durante tutta la processione. Cristo è accompagnato, oltre che dalle commari , anche da cinque uomini minacciosi: i Giudei, con tunica bianca e cappuccio , portano ognuno una lancia battuta in terra o sulla croce. Quattro ragazzi e un adulto, il Capo dei Giudei, il quale ha la funzione di suonare la trombetta, strumento antichissimo producente un suono simile ad un lamento, che avverte la popolazione delle cadute di Cristo, colpendo la sua Croce con una catena.

L’identità del Cristo è emblematica: “quel Gesù” da persona diventa individuo, assume un ruolo di un rappresentante della tradizione, diventa protagonista di un sapere condiviso. Cristo morto viene personificato, hic et nunc, come negatore paradigmatico della morte. L’etnologo Ernesto de Martino, in “Morte e pianto rituale”, affronta il senso della morte di Cristo in rapporto alla condizione esistenziale dell’uomo e al momento traumatico della morte dei propri cari. La consolazione offerta dal credo religioso riduce a forme sopportabili la carica drammatica del lutto, riferendola simbolicamente alla morte tragica del Cristo sulla croce. Si tratta di forme che consentono di ritrovarsi uguali nel dolore, ma che diventano anche promessa di resurrezione.

Quel Gesù vive un’esperienza, all’interno della quale l’acting è indispensabile. Un’esperienza vissuta è già in se stessa un processo che “preme fuori” verso un’ “espressione” che la completi. Qui l’etimologia di performance può fornirci un indizio prezioso: essa infatti non ha niente a che fare con la forma, ma deriva dal francese antico parfournir , “completare” o “portare completamente a termine”. Una performance è quindi a conclusione adeguata di un’esperienza. È un atto creativo di retrospezione, nel quale agli eventi e alle parti dell’esperienza viene attribuito un significato. E’ sia un “vivere attraverso” che un “pensare all’indietro”. La performance per la realizzazione della personificazione in Cristo è, in questo caso, il cammino, il percorso che lui stesso compie insieme al peso di un dolore, di un’angoscia, di uno stato d’animo in pena,simbolicamente rappresentato dal legno della Croce.

In un rito tutti partecipano, nessuno assiste, non c’è distinzione tra attore e spettatore.

Ognuno guarda con attenzione lo scorrere della processione con diverse aspettative e funzioni: chi in qualità di attore, chi osserva con curiosità, chi guarda a distanza (dalle scalinate di una casa, affacciati al balcone) o c’è chi sta vicino allo sguardo del “Christus Patiens”; c’è chi , come me, fotografa l’evento sentendosi estranea all’inizio ma digerita poi come osservatore partecipante e dunque integrante alla performance stessa.

Si susseguono altre figure all’interno della processione : il Cristo velato , un crocefisso di legno, e poi giunge la Naca.

Naca è un termine dialettale che deriva dal greco nachè, che significa culla. La culla nella quale è adagiato il corpo morto di Gesù. E poi appare lei, piangente, adornata di un’aureola di lampadine, nelle mani un fazzoletto e un pugnale conficcato nel cuore. È la Madonna Addolorata, la figura della madre in lutto. La crisi del cordoglio è una malattia ed il cordoglio è il lavoro speso per tentare la guarigione. La Processione del Venerdì Santo è l’ombra di un passato di morte che riecheggia una volta all’anno, un passato  che non è stato mai sconfitto, ma usato come momento per riproporsi a sfidarlo, credendo nell’attesa di una prova, di una resurrezione. La processione è quel luogo spazio temporale situato in una posizione intermedia fra due contesti di significato e azione. Il periodo liminale  è intriso di mysterium: una nota di promessa, un invito a penetrare ciò che si nasconde dietro l’ovvio e l’esplicito. Separarsi dalle norme e dai costumi, abbandonare le etichette sociali, strapparsi di dosso le false personae che soffocano l’interiorità individuale. Questo permette lo spazio del liminale.Questo rito calabrese, attraverso i simboli con i quali si esprime, ha una funzione trasformatrice: trasforma la società in una comunità unita nel lutto o nel dolore di un proprio concittadino.

Manuela Porchia

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